SAN FRANCESCO E L'ALGORITMO

SAN FRANCESCO E L'ALGORITMO

L’algoritmo vuole prevedere tutto. San Francesco ci insegna perché non siamo macchine

 

L’intelligenza artificiale promette di rendere tutto più veloce, efficiente e prevedibile. Ma proprio alcuni dei ricercatori che lavorano allo sviluppo delle tecnologie più avanzate iniziano a interrogarsi sui rischi di una corsa che potrebbe sfuggire al controllo umano. La risposta a queste inquietudini, sorprendentemente, può arrivare anche da un uomo vissuto otto secoli fa: san Francesco d’Assisi.

 

Intelligenza artificiale: la preoccupazione di chi la sta costruendo

Il dibattito sull’intelligenza artificiale ha assunto negli ultimi tempi toni sempre più preoccupati. A riaccenderlo sono state anche le recenti dichiarazioni di alcuni ricercatori di Anthropic, una delle aziende impegnate nello sviluppo dell’IA. Evan Hubinger, responsabile della ricerca sull’allineamento dei sistemi di intelligenza artificiale, ha parlato apertamente del rischio che una futura superintelligenza possa rappresentare una minaccia esistenziale per l’umanità.

Al di là delle diverse previsioni sul futuro, il problema è evidente: la tecnologia sta ponendo all’umanità domande che la tecnologia stessa non può risolvere. Non basta stabilire ciò che una macchina è in grado di fare. Occorre decidere ciò che è giusto permetterle di fare e, soprattutto, ciò che l’uomo non deve mai delegare.

È una preoccupazione che trova eco anche nelle riflessioni di papa Leone XIV, che nella Magnifica humanitas richiama il rischio che l’intelligenza artificiale finisca per sostituirsi al discernimento umano e per concentrare un potere enorme nelle mani di pochi.

Ma per comprendere questa sfida possiamo guardare molto più indietro nel tempo.

Possiamo guardare a san Francesco d’Assisi.

 

San Francesco nell’epoca dell’intelligenza artificiale

La figura di Francesco può sembrare lontanissima dal mondo degli algoritmi, dei big data e dell’intelligenza artificiale. Eppure proprio la sua radicale concezione dell’uomo offre alcuni strumenti preziosi per comprendere il momento che stiamo vivendo.

Francesco non costruì sistemi, non elaborò teorie economiche e non si occupò di tecnologia. Fece qualcosa di più semplice e, forse, di più rivoluzionario: mise in discussione i criteri con cui il suo tempo definiva il valore di una persona.

Il giovane “re delle feste” che sceglie la povertà, il figlio di un ricco mercante che abbraccia il lebbroso, il frate che si spoglia delle proprie sicurezze per ritrovare la libertà del Vangelo: tutto nella sua esperienza parla di un uomo che rifiuta di lasciarsi definire dal potere, dalla ricchezza e dal successo.

È questo Francesco che può ancora interrogare la nostra epoca.

 

La Perfetta Letizia contro la logica dell’algoritmo

L’algoritmo, per sua natura, calcola, confronta, prevede e ottimizza. Cerca la soluzione più efficace e tende a considerare l’errore come qualcosa da eliminare.

Francesco, invece, ci ricorda che non tutto ciò che conta può essere calcolato.

Lo dimostra magnificamente il racconto della Perfetta Letizia nei Fioretti. Francesco rovescia i criteri abituali del successo: la vera letizia non consiste nella ricchezza, nel prestigio, nella considerazione degli altri o nell’assenza di difficoltà. Può persino essere trovata nell’umiliazione, nel rifiuto e nella sofferenza vissuta nella fedeltà a Dio.

È una logica quasi opposta a quella dell’algoritmo.

La macchina cerca di ridurre l’imprevisto; Francesco accoglie il mistero. La macchina tende a ottimizzare la prestazione; Francesco mostra il valore della gratuità. La macchina misura ciò che è quantificabile; Francesco riconosce la dignità di ciò che non ha prezzo.

In una società sempre più condizionata dall’efficienza, questa prospettiva diventa sorprendentemente attuale.

Perché cosa accade quando iniziamo a giudicare anche le persone secondo criteri simili a quelli utilizzati dalle macchine?

L’anziano diventa “improduttivo”. Il malato diventa un peso. Chi è lento non è più competitivo. Chi fallisce viene considerato qualcuno da correggere.

La prospettiva francescana rovescia tutto questo.

La fragilità non è un errore. La debolezza non cancella la dignità. L’uomo non è una macchina da ottimizzare.

 

La nudità del cuore come risposta alla società dell’efficienza

È proprio nella scelta francescana della povertà che si trova un'altra chiave di lettura.

Francesco non rinuncia soltanto ai beni materiali. Sceglie di non lasciarsi possedere da essi. Rinuncia al potere che le ricchezze esercitano sull’uomo e cerca una libertà più radicale.

È quella che potremmo chiamare la nudità del cuore: liberarsi di ciò che impedisce all’uomo di essere veramente se stesso e di incontrare Dio e gli altri senza maschere.

Nell’epoca digitale questa intuizione assume un significato nuovo.

La tecnologia può essere uno strumento straordinario, ma rischia di trasformarsi in un sistema dal quale dipendiamo sempre di più. Algoritmi e piattaforme conoscono le nostre abitudini, anticipano i nostri desideri, selezionano ciò che vediamo e possono arrivare a influenzare le nostre decisioni.

La domanda francescana diventa allora particolarmente scomoda: siamo ancora noi a usare gli strumenti oppure stiamo permettendo agli strumenti di plasmare noi?

La povertà di Francesco può diventare così una forma di resistenza alla dipendenza: non rifiuto della tecnologia, ma libertà nei suoi confronti.

Possiamo utilizzare l’intelligenza artificiale senza consegnarle la nostra coscienza. Possiamo servirci degli algoritmi senza permettere che siano loro a stabilire che cosa è bene, che cosa è giusto e quanto vale una persona.

 

Ciò che nessun algoritmo potrà mai sostituire

Forse è questo il punto nel quale il confronto tra Francesco e l’intelligenza artificiale diventa più interessante.

Un algoritmo può analizzare un numero sterminato di informazioni, ma non può vivere un’esperienza. Può riconoscere un volto, ma non può amare quella persona. Può descrivere il perdono, ma non può perdonare. Può elaborare le parole di una preghiera, ma non può rivolgersi a Dio con il cuore.

La differenza non sta semplicemente nella quantità di intelligenza.

Sta nella coscienza, nella libertà, nella capacità di amare e di donarsi.

Ed è proprio questa la provocazione che Francesco continua a rivolgere all’uomo contemporaneo: il valore della persona non dipende da ciò che possiede, da quanto produce, da quanto è efficiente o da quanto riesce a conoscere.

L’uomo vale perché è persona.

 

Francesco d’Assisi, un santo ancora scomodo

È questa la prospettiva da cui Emanuele Maestri affronta la figura del santo nel suo nuovo libro Francesco d’Assisi. Il frate cortese che cercava l’amore nella nudità del cuore.

L’autore parte da una domanda fondamentale: conosciamo davvero l’uomo che ha rivoluzionato il suo tempo?

Attraverso il dialogo tra tre sguardi diversi, quello della Legenda Maior di san Bonaventura, quello dello storico Franco Cardini e quello profetico di don Primo Mazzolari, il libro restituisce un Francesco immerso nei conflitti sociali ed economici della sua epoca, lontano dall’immagine un po’ romantica del santo semplicemente “gentile”.

Dal bacio al lebbroso al presepio di Greccio, fino all’incontro con il sultano di Damietta, emerge un Francesco scomodo, radicale e profondamente attuale.

E proprio in questo percorso trova spazio anche il confronto tra il saio e l’algoritmo, una riflessione sulla capacità della testimonianza francescana di interrogare non soltanto la nostra fede, ma anche la politica, l’economia e la tecnologia contemporanea.

Perché forse, davanti a un mondo che vuole rendere tutto prevedibile e misurabile, abbiamo ancora bisogno di qualcuno che ci ricordi il valore della nudità del cuore.

E che ci insegni che l’uomo, per quanto possa diventare potente attraverso la tecnologia, non sarà mai un algoritmo.

 

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