“Viva Cristo Re!”. Furono le ultime parole di José Sánchez del Río. Le pronunciò il 10 febbraio 1928, mentre veniva condotto al martirio. Aveva appena quattordici anni. I suoi piedi erano stati scorticati e ogni passo verso il cimitero di Sahuayo lasciava sul terreno una traccia di sangue. I persecutori erano convinti che il dolore avrebbe spezzato la sua resistenza. Gli sarebbe bastato rinnegare Cristo per salvare la propria vita. José, invece, continuò a proclamare la sua fede fino all’ultimo respiro. Quasi un secolo dopo, quel grido non si è ancora spento. Ha attraversato il tempo, ha superato i confini del Messico ed è arrivato fino a noi. Ma perché le ultime parole di un ragazzo vissuto in una terra lontana continuano a commuovere e interrogare uomini e donne del nostro tempo? [...]
IL MESSICO DEGLI ANNI VENTI
Per comprendere il significato del suo ultimo grido bisogna entrare nel Messico degli anni Venti del Novecento. Il Paese attraversava una delle stagioni più dolorose della sua storia. Durante la presidenza di Plutarco Elías Calles, le norme anticlericali furono applicate con estrema durezza: chiese chiuse, celebrazioni sospese, sacerdoti costretti alla clandestinità, vescovi allontanati, fedeli sorvegliati e perseguitati. Non era in gioco soltanto il rapporto tra lo Stato e la Chiesa. Il potere politico pretendeva di esercitare il proprio controllo anche sulla coscienza religiosa delle persone. Di fronte a questa oppressione, molti cattolici messicani compresero che difendere la fede significava difendere la libertà più profonda dell’essere umano: quella di non permettere a nessun potere terreno di decidere al suo posto chi adorare, in che cosa credere e per quale verità vivere. Fu in questo clima che nacque la resistenza dei Cristeros. Il loro grido, “Viva Cristo Re!”, non era innanzitutto uno slogan politico e neppure un’invocazione contro qualcuno. Era una professione di fede. Affermava che nessuna autorità umana può occupare il posto di Dio o impadronirsi della coscienza dell’uomo.
LA FEDE DI JOSÉ
José nacque il 28 marzo 1913 a Sahuayo, nello Stato messicano del Michoacán. Crebbe in una famiglia profondamente cristiana e respirò fin dall’infanzia una fede semplice, concreta e robusta. Imparò a pregare, partecipò alla vita della comunità, nutrì un grande amore per l’Eucaristia e guardò alla Vergine di Guadalupe come alla Madre vicina del popolo messicano. La sua santità non apparve improvvisamente nell’ora del martirio. Fu preparata nella vita ordinaria: in famiglia, nella preghiera, nella testimonianza degli adulti e nelle piccole scelte attraverso le quali un ragazzo impara ad affidare il proprio cuore a Dio. Il martirio del giovane laico Anacleto González Flores lasciò in lui un’impressione profonda e gli mostrò che il Vangelo poteva essere vissuto fino alle sue conseguenze più radicali. José non cercava la morte e non era attratto dalla violenza. Quando chiese di unirsi ai Cristeros, non fu mosso dal desiderio di vivere un’avventura né dalla speranza di diventare un eroe. Voleva rendersi utile, offrire il proprio contributo, non rimanere spettatore mentre il suo popolo soffriva e la libertà religiosa veniva calpestata. Gli furono affidati compiti semplici e divenne portabandiera. Era soltanto un ragazzo, ma aveva già compreso una verità che talvolta noi adulti dimentichiamo: davanti al bene non si può restare indifferenti per sempre. Arriva un momento in cui ciò che professiamo con le labbra deve diventare una scelta concreta. Dopo la cattura, i suoi carcerieri tentarono in ogni modo di convincerlo ad abbandonare la fede. Gli offrirono la libertà, lo minacciarono e lo sottoposero a terribili sofferenze. José aveva paura e provava dolore. La santità non lo rendeva insensibile e non cancellava la sua umanità. Proprio per questo la sua testimonianza appare ancora più luminosa: non fu fedele perché non conosceva la paura, ma perché amava Cristo più della propria paura. Il 10 febbraio 1928 gli scorticarono i piedi e lo costrinsero a camminare a piedi nudi fino al cimitero. A ogni passo gli veniva chiesto di rinnegare Cristo. A ogni passo egli rinnovava la propria appartenenza al Signore. Prima di morire affidò al padre un ultimo messaggio: si sarebbero rivisti in Paradiso. Poi continuò a proclamare: “Viva Cristo Re! Viva Santa Maria di Guadalupe!”. Quel grido non esprimeva odio verso i persecutori. Non chiedeva vendetta e non invocava la morte di nessuno. Era la sintesi di una vita, la confessione finale di un amore e l’ultima libertà rimasta a un prigioniero: scegliere di non consegnare la propria coscienza. È proprio per questo che la voce di José risuona ancora oggi. [...]
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